La separazione personale dei coniugi

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Un dramma da affrontare con lucidit‡ e, per quanto possibile, con serenit‡ Cosa succede quando tra marito e moglie le cose non funzionano pi?? Eí possibile lasciarsi ìda buoni amiciî? La questione Ë molto delicata ed andrebbe esaminata approfonditamente caso per caso, valutando gli elementi concreti che la caratterizzano, in quanto tali situazioni, pur avendo in comune molti aspetti, sono sempre radicalmente diverse líuna dallíaltra. Si possono, comunque, indicare gli istituti fondamentali che regolano la materia, concedendomi solo una brevissima riflessione alla fine. Innanzitutto distinguiamo ìseparazioneî da ìdivorzioî. La prima Ë una situazione di fatto che non comporta assolutamente cessazione del vincolo matrimoniale ma, quando accertata giudizialmente, costituisce líelemento pi? comune per giungere al ìdivorzioî. Eí questíultimo, infatti, che rappresenta lo scioglimento del matrimonio. Per amor di chiarezza, precisiamo anche che parliamo di mera cessazione degli effetti civili in caso di matrimonio ìconcordatarioî, cioË celebrato in chiesa e trascritto nei registri dello stato civile: come tutti sappiamo, infatti, il sacro vincolo del matrimonio (il sacramento cattolico) non puÚ essere fatto cessare con una semplice procedura civilistica (ìnon osi separare líuomo ciÚ che Dio ha unitoî), per cui il divorzio scioglie il vincolo solo davanti allo Stato, non davanti alla Chiesa (per la quale sarebbe, eventualmente, necessaria una procedura di annullamento, avanti il Tribunale Ecclesiastico, che ha tutti altri presupposti). Distinti i due istituti (la separazione ed il divorzio) vediamo succintamente quali sono le rispettive caratteristiche. Stabilisce líarticolo 150 del codice civile che la separazione dei coniugi puÚ essere ìgiudizialeî o ìconsensualeî. Essenzialmente, significa che i coniugi hanno la possibilit‡ di affrontare questo momento (sicuramente drammatico e carico di tensione) in due modi radicalmente diversi: facendosi praticamente causa líuno contro líaltro o raggiungendo un accordo che il giudice si limita a verificare ed approvare. Solo la prima procedura ha natura contenziosa e funziona, in sostanza, come un ordinario processo: ci sono i due coniugi ìlíun contro líaltro armatiî, assistiti ciascuno da un legale e, a volte, persino da consulenti tecnici, quali gli psicologi, impiegati per valutare quale dei due genitori sia pi? idoneo ad allevare i figli. Si tratta di una procedura lunga, sicuramente costosa e molto dolorosa. Davanti al giudice vengono svelati gli aspetti pi? privati della vita coniugale che, seppure giunta al fallimento, dovrebbe comunque rimanere patrimonio esclusivo del nucleo famigliare. Quasi sempre si ricorre alla prova testimoniale, chiamando terze persone a descrivere i motivi della lite, le condizioni di vita delle parti e simili. Si tratta, in sostanza, di una strada in salita, che va valutata con attenzione prima di essere intrapresa. La seconda via Ë certamente pi? semplice, piana e, vorrei dire, meno dolorosa: in caso di separazione consensuale i coniugi, raggiunto líaccordo sugli aspetti essenziali delle loro vita futura (affidamento dei figli, assegnazione della casa, eventuale assegno, ecc.) e formalizzato questa sorta di ìcontrattoî con líaiuto di un tecnico (generalmente un avvocato, ma non Ë indispensabile), si presentano davanti al giudice che, valutate essenzialmente le decisioni relative alla prole, sottoscrive il verbale e lo trattiene per la cosiddetta ìomologazioneî, che ha la stessa efficacia di una sentenza. Per essere giuridicamente separati i coniugi debbono aver concluso il processo per la separazione giudiziale od aver sottoscritto il verbale della separazione consensuale. Dopo tre anni dalla prima comparizione avanti il giudice, possono essere iniziate le procedure per il divorzio che, sostanzialmente, sono identiche, potendosi avere una domanda ìcongiuntaî od uníaltra lite giudiziale. I ragionamenti che abbiamo fatto per la separazione, quindi, valgono anche per il divorzio. Giungere ad un accordo Ë sicuramente difficile: bisogna mettere da parte le aspettative (spesso legittime) di rivalsa, se non di vera e propria ìvendettaî, magari nei confronti di un coniuge fedifrago e ìtransareî, cioË rinunciare a qualcosa, dal punto di vista economico. Marito e moglie, anche per rendere meno drammatica nei confronti dei figli la cessazione della loro vicenda matrimoniale (si smette di essere coniugi, non genitori), dovrebbero riuscire a valutare con serenit‡ la situazione e prendere decisioni pragmatiche e che ìbadino al sodoî: Ë nota líenorme difficolt‡ che tutto questo comporta ma Ë indispensabile una riflessione pacata e logica su queste vicende traumatiche. Certo Ë possibilissimo che, di fronte alla disponibilit‡ di uno dei coniugi non faccia riscontro altrettanta comprensione da parte dellíaltro: a questo punto la lite giudiziale Ë spesso inevitabile. In ogni caso, vale la pena di tentare un approccio ìmorbidoî, cioË valutare a quali condizioni il coniuge che chiede la separazione sia disposto ad arrivare. Sempre in linea generale ed a livello meramente esemplificativo, posso dire che líart. 155 del codice civile stabilisce che la casa familiare va assegnata ìdi preferenza ed ove sia possibileî al coniuge cui sono affidati i figli. Non Ë assolutamente rilevante chi sia il proprietario della casa: si parla semplicemente di ìdiritto di abitazioneî, che Ë indipendente dalla titolarit‡ del bene. Eí comunque noto che nella stragrande maggioranza dei casi i figli vengono affidati alla madre, per evidenti motivi, soprattutto se si tratta di bambini piccoli. Il coniuge non affidatario dovr‡, in ogni caso, versare un assegno mensile per il mantenimento dei figli e, in caso di necessit‡, anche a favore dellíaltro coniuge, commisurato alle rispettive disponibilit‡ economiche.