I beni in leasing alla luce della riforma del diritto societario

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Metodo patrimoniale e metodo finanziario di contabilizzazione del contratto di leasing: la riforma del diritto societario (art. 2427 c.c.) ed i riflessi pratici delle diverse modalit‡ di rappresentazione in bilancio.
(di Alberto Teso) Come Ë noto, il contratto di leasing, in quanto assimilabile nel nostro ordinamento ad una locazione con diritto di riscatto, non comporta, in capo all’utilizzatore, la costituzione di alcun diritto reale.
Tutto ciÚ si riflette, dal punto di vista contabile, anche sul bilancio delle societ‡.
Infatti, attualmente le regole di iscrizione in bilancio non consentono alcuna evidenziazione del valore dei beni “posseduti” in forza di un contratto di leasing nell’attivo dello stato patrimoniale: secondo la metodologia contabile del nostro ordinamento, il leasing finanziario viene rappresentato in bilancio analogamente ad un contratto di locazione, iscrivendo i relativi canoni di competenza dell’esercizio nel conto economico, senza alcuna iscrizione possibile nello stato patrimoniale.
Il fatto che i beni utilizzati dal “locatario” non siano, quindi, di “propriet‡” del medesimo, esclude qualsiasi possibilit‡ di indicare i beni medesimi tra le immobilizzazioni materiali (ovviamente sino al momento del riscatto finale). Sotto il profilo fiscale, poi, la Corte di Cassazione (sentenza 2 agosto 2000, n. 10147) ha confermato che i canoni di leasing sono deducibili sulla base del criterio della competenza, determinato in ragione del tempo, per cui eventuali canoni anticipati e lo stesso maxi canone iniziale non possono essere dedotti nell’esercizio di materiale corresponsione, ma debbono essere ripartiti su tutto il periodo di imposta, in vigenza del contratto. L’art. 67, comma otto del Tuir stabilisce, inoltre, che detta deduzione Ë ammessa a condizione che la durata del contratto di leasing non sia inferiore al termine predeterminato dalla legge, in relazione al periodo di ammortamento ordinariamente previsto.
Sia la pratica che, per alcuni aspetti, la legislazione civilistica e fiscale considerano il contratto di leasing non pi? e non tanto come una locazione con diritto di riscatto, ma un sistema “alternativo” di finanziamento, attraverso il quale l’impresa acquista un bene strumentale, il cui costo viene ripartito nel tempo, proprio grazie al “finanziamento” ottenuto dalla societ‡ di leasing.
Nei paesi anglosassoni (ove il contratto di leasing Ë nato) la societ‡ utilizzatrice contabilizza l’acquisto dei beni nell’attivo dello stato patrimoniale e rileva il debito verso la societ‡ concedente; conseguentemente, i canoni di leasing sono iscritti come rate di rimborso del debito verso la concedente medesima. Nel conto economico, la societ‡ utilizzatrice rileva distintamente sia gli ammortamenti annuali sia gli oneri finanziari, cosicchÈ la differenza tra “valore della “produzione” e “costo della produzione” nel conto economico Ë influenzata solo dall’ammortamento, offrendo cosÏ una rappresentazione della fattispecie molto pi? appropriata (A. Gigliotti).
Tale sistema, pi? vicino alla percezione pratica del leasing finanziario, viene raccomandata dal Principio Contabile Internazionale Ias 17.
La nuova formulazione dell’art. 2427 c.c. (“Contenuto della nota integrativa”) prevede l’obbligo di annotare uno specifico prospetto al fine di fornire un elemento ulteriore per la corretta valutazione della patrimonializzazione della societ‡.
La riforma, pertanto, non Ë arrivata a cambiare radicalmente la rappresentazione contabile del leasing, ma ha imposto l’obbligo ulteriore di rappresentare correttamente in nota integrativa l’operazione di leasing in corso.
E’ evidente come la visione “pratica” del leasing, una volta trasfusa nel bilancio societario, offrirebbe un quadro ben pi? realistico della situazione patrimoniale di una societ‡, basti pensare al caso di un leasing immobiliare giunto quasi a scadenza: formalmente la societ‡ non risulta (nÈ giuridicamente nÈ, tantomeno, contabilmente) proprietaria di alcun immobile mentre, in realt‡, deve versare ancora poche rate (o magari solo il riscatto finale) avendo gi‡ sostenuto la gran parte del corso dell’operazione. Se l’acquisto fosse stato realizzato con un mutuo ipotecario, l’immobile risulterebbe a bilancio, quasi integralmente “liberato”, con le evidenti ed intuibili conseguenze in ordine alla patrimonializzazione della societ‡, soprattutto verso i terzi creditori (pensiamo, ad esempio, agli istituti di credito).
Il legislatore, quindi, non ha avuto il coraggio di passare definitivamente al metodo finanziario, limitandosi ad una “riformetta” che ha il solo pregio di avvicinare ulteriormente (anche se di poco) questo particolarissimo contratto, nato nella pratica commerciale ed ignorato dal nostro codice, alla percezione pratica dell’istituto.
Alberto Teso