Prestazione alberghiera: la conclusione del contratto

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Assume rilievo, quale accettazione dell'offerta da parte dell'albergatore, anche la prenotazione effettuata per un periodo futuro.

Con il termine “contratto” definiamo l’accordo di due o più parti volto costituire, modificare od estinguere rapporti giuridici di natura patrimoniale. Entra, ovviamente, in tale novero anche il contratto di albergo che non era originariamente un contratto tipico, ossia espressamente riconosciuto e disciplinato dal codice civile, ma un rapporto che è andato via via delineandosi nella pratica ed in ordine al quale il legislatore É intervenuto disciplinando gli aspetti più problematici (come la questione della responsabilità dell’albergatore per le cose portate in albergo, art. 1783 ss. c.c. od il privilegio dello stesso albergatore sui beni dell’ospite per il pagamento dei propri crediti, art. 2760 c.c.).
In questo numero vogliamo esaminare le modalità di conclusione del contratto di albergo, così da capire quando effettivamente possa ritenersi stipulato, e quindi perfettamente vincolante, l’accordo tra l’albergatore ed il proprio ospite. Con alcune sentenze piuttosto recenti, la Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare con sufficiente chiarezza la fattispecie in esame.
Innanzitutto dobbiamo premettere che É del tutto indifferente che il contratto sia concluso direttamente dall’albergatore ovvero tramite un terzo all’uopo delegato, quale l’agenzia viaggi: in tale secondo caso, infatti, l’agenzia opera come mandatario dell’albergatore, concludendo il contratto di albergo in nome e per conto dell’albergatore medesimo.
La proposta dell’albergatore, in entrambi i casi, può definirsi come offerta al pubblico che l'albergatore fa con la gestione dell'impresa alberghiera nelle forme d'uso, quali l'esposizione di insegne o l'indicazione, nei vari messaggi pubblicitari, dei dati essenziali della propria proposta contrattuale (Cass. 3.12.02, n. 17150). La dizione “offerta al pubblico” è un termine tecnico, che sta ad indicare l’offerta di una determinata prestazione contrattuale ad una serie indeterminata ed indistinta di utenti, la quale offerta, ai sensi dell’art. 1336 del Codice Civile, “quando contiene gli estremi essenziali del contratto alla cui conclusione É diretta, vale come proposta, salvo che risulti diversamente dalle circostanze o dagli usi”.
L’offerta di prestazione alberghiera, quindi, quando sia correlata con tutti gli elementi necessari a qualificarla (ubicazione dell’esercizio, servizi offerti, prezzo, ecc.) costituisce una vera e propria proposta contrattuale che, una volta conformemente accettata dalla controparte, comporta la conclusione, ossia la “nascita”, di un vincolo contrattuale perfetto che, come tale, “ha forza di legge tra le parti”.
Riassumendo, iniziando la sua attività, in forza di regolare licenza amministrativa, l’albergatore si pone automaticamente in condizione di concludere contratti di albergo con chiunque sia disposto ad accettare le condizioni proposte, anche implicitamente (tramite, ad esempio, la pubblicità) ed anche a mezzo terzi soggetti incaricati (come l’agenzia viaggi).
Il contratto di albergo è concluso nel momento in cui l'albergatore viene a conoscenza dell'accettazione del cliente (art. 1326 c.c.).
A questo punto è indispensabile chiedersi quale rilevanza abbia quella che costituisce certamente la modalità più diffusa di accettazione della proposta negoziale dell’albergatore, ossia la prenotazione. In alcune sentenze, la Corte aveva affermato che la prenotazione, se non accompagnata dal versamento di una somma di danaro a titolo di acconto, non costituisce vera e propria accettazione della proposta contrattuale e, quindi, pur in presenza di essa, non sarebbe possibile ritenere validamente concluso il contratto di albergo, con conseguente facoltà per il cliente di usufruire o meno, a suo insindacabile giudizio, del servizio messo a disposizione (proprio in quanto prenotato) dall’albergatore.
Una simile ricostruzione É, all’evidenza, del tutto inaccettabile: se si pretende che l’ospite-consumatore sia rispettato e tutelato sin dal momento della stipula del contratto, analogamente si deve chiedere che anche l’imprenditore, che impiega tutta la propria professionalità per offrire un servizio complesso e variegato, come quello d’albergo, possa “fidarsi” della promessa del cliente (“sarò nel tuo albergo il tal giorno e mi fermerò per tot tempo”) e non investa invano energie e risorse economiche, magari perdendo altre chances commerciali, restando in balia delle bizze del cliente, libero di ripensarci in ogni momento.

Ed infatti la Cassazione, con la citata sentenza n. 17150/02 ha chiarito che “assume rilievo, quale accettazione dell'offerta, anche la cosiddetta prenotazione effettuata per un periodo futuro. Ne deriva che la revoca della prenotazione da parte del cliente integra unilaterale sottrazione al vincolo contrattuale e determina l'obbligazione di tenere indenne della perdita subita l'albergatore che non abbia effettivamente utilizzato la camera per il periodo prenotato”.
Il risarcimento, però, è contenuto “nel limite tuttavia in cui tale pagamento possa considerarsi effettuato in esecuzione dei doveri di diligenza incombenti sul mandatario stesso, e cioè previa informazione del rinunziante circa le richieste dell'albergatore e previo accertamento della mancata utilizzazione della stanza da parte del medesimo, restando comunque escluso che, nell'ipotesi in cui debbano essere forniti anche prestazioni o servizi accessori (ad esempio, la somministrazione di pasti) tali perdite possano coincidere con il prezzo del mancato soggiorno, dovendo detrarsi da questo l'importo dei servizi non resi”. In sostanza, il risarcimento É dovuto solo se la camera prenotata e non occupata dal cliente inadempiente sia rimasta effettivamente vuota e, per quanto riguarda gli altri servizi, in primo luogo i pasti, dovrà essere calcolato il vero e proprio mancato guadagno, non il costo dell’intera prestazione non erogata. Nonostante le limitazioni poste dalla Cassazione, un indubbio passo avanti nella tutela anche della parte imprenditoriale del rapporto, all’interno del quale, forse troppo spesso, si guarda esclusivamente al “consumatore”.