L’analisi di Assonime sullo stato di attuazione del Codice di Autodisciplina delle società quotate. di Nicola Facchin - Avvocato

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SINTESI

 a) Ai sensi dell’art. 124-bis del testo unico della finanza, le società quotate sono tenute a diffondere annualmente informazioni sull’adesione a codici di comportamento e sull’osservanza degli impegni a ciò conseguenti, motivando le ragioni dell’eventuale inadempimento (comply or explain).

La relazione annuale sull’adesione a codici di comportamento deve contenere le informazioni indicate dal regolamento Consob sulla disciplina degli emittenti e deve essere pubblica secondo le modalità ivi stabilite. Il regolamento Consob dispone anche sulla pubblicità dei codici di comportamento.

Il codice di autodisciplina più conosciuto e diffuso nel nostro mercato finanziario è il Codice di Autodisciplina, redatto dal Comitato per la corporate governance delle società quotate promosso da Borsa Italiana S.p.A.

b) Secondo il Codice di Autodisciplina, il consiglio di amministrazione di una società quotata si compone di amministratori esecutivi, cui spetta la gestione operativa della società, e di amministratori non esecutivi, che svolgono funzioni di controllo interno.

c) Dall’analisi recentemente pubblicata da Assonime sullo stato di attuazione del Codice di Autodisciplina emerge che le società che più si discostano dalle regole del Codice di Autodisciplina, in particolare, sono le società bancarie ed assicurative.

Il Codice prevede che un numero adeguato di amministratori non esecutivi siano indipendenti. Dall’analisi di Assonime risulta che il requisito dell’indipendenza non è rigorosamente rispettato, soprattutto nelle banche.


 


» Sommario

1. L’informazione sull’adesione ai codici di comportamento

2. L’attuale grado di attuazione del Codice di Autodisciplina delle società quotate secondo l’analisi di Assonime

 

 


 

 


1. – L’informazione sull’adesione ai codici di comportamento.

 

A seguito delle modifiche introdotte nel testo unico dell’intermediazione finanziaria dalla legge 28 dicembre 2005, n. 262, le società quotate sono tenute a diffondere annualmente informazioni sull’adesione a codici di comportamento promossi da società di gestione di mercati regolamentati o da associazioni di categoria degli operatori e sull’osservanza degli impegni a ciò conseguenti, motivando le ragioni dell’eventuale inadempimento (art. 124-bis t.u.f.).

In tema di autoregolamentazione, il nostro legislatore ha dunque adottato il modello comply or explain, già diffuso nei paesi occidentali che conoscono mercati finanziari molto sviluppati.

Alla Commissione nazionale per le società e la borsa è stato dalle legge affidato il compito di stabilire i termini e le modalità con cui le informazioni suddette devono essere diffuse dagli emittenti quotati, nonché di stabilire le forme di pubblicità cui sono sottoposti i codici di comportamento (artt. 124-bis, 124-ter t.u.f.).

Secondo l’art. 89-bis del regolamento concernente la disciplina degli emittenti, adottato dalla Consob con delibera n. 11971 del 14 maggio 1998 e più volte successivamente modificato (da ultimo con delibere n. 15915 del 3 maggio 2007 e n. 15960 del 30 maggio 2007), la relazione sull’adesione a codici di comportamento deve essere redatta secondo i criteri stabiliti dal promotore del codice di comportamento e deve contenere informazioni specifiche:

a) sull’adesione a ciascuna prescrizione del codice di comportamento;

b) sulle motivazioni dell’eventuale inosservanza delle prescrizioni del codice di comportamento;

c) sulle eventuali condotte tenute in luogo di quelle prescritte nel codice di comportamento.

Le società con azioni quotate, secondo le disposizioni regolamentari, pubblicano la relazione indicata in un’apposita sezione del proprio sito internet e ne mettono a disposizione una copia presso la sede sociale non oltre i 15 giorni che precedono l’assemblea di approvazione del bilancio di esercizio.

Dell’avvenuta pubblicazione della relazione è data contestuale notizia alla società di gestione del mercato, che ne dà immediata comunicazione al pubblico, ed ad almeno due agenzie di stampa.

Le società con azioni quotate trasmettono la relazione, entro il quinto giorno lavorativo dalla sua pubblicazione, alla società di gestione o all’associazione di categoria degli operatori che promuove il codice di comportamento al quale la relazione si riferisce.

La relazione è riportata integralmente nella relazione sulla gestione o in un apposito allegato della relazione sulla gestione, ovvero in una relazione distinta pubblicata congiuntamente alla relazione sulla gestione o mediante un riferimento nella relazione sulla gestione indicante dove tale documento sia disponibile al pubblico nel sito internet della società.

Le società con azioni quotate che non hanno aderito o che intendono non proseguire nell’adesione a codici di comportamento ne danno notizia nella relazione sulla gestione.

Sulla pubblicità dei codici di comportamento dispone il successivo art. 89-ter del regolamento, a tenore del quale le associazioni di categoria degli operatori trasmettono alla Consob e alle società di gestione dei mercati regolamentati italiani nei quali sono quotate le azioni emesse dalle società che aderiscono ai codici di comportamento promossi, entro il quinto giorno lavorativo dall’approvazione del codice, informazioni sul grado di rappresentatività dell’associazione rispetto alla categoria di operatori di riferimento; dette associazioni e le società di gestione trasmettono alla Consob e alle altre società di gestione dei mercati regolamentati italiani nei quali sono quotate azioni emesse dalle società che aderiscono ai codici di comportamento promossi, entro il quinto giorno lavorativo dall’approvazione del codice, una descrizione sintetica del contenuto del codice ed il testo integrale del codice.

Sulla base delle comunicazioni ricevute ai sensi dell’articolo 89-bis, comma 4, le associazioni di categoria degli operatori e le società di gestione forniscono tempestivamente indicazione delle società con azioni quotate che aderiscono ai codici di comportamento alle società di gestione dei mercati regolamentati italiani nei quali sono quotate le azioni.

La dettagliata disciplina sopra illustrata ha la funzione di garantire al pubblico una completa ed aggiornata informazione sul grado di adesione delle società quotate nei mercati regolamentati ai codici di corporate governance. Non esiste, per le società quotate, alcun obbligo giuridico di adeguarsi alle norme contenute nei codici, ma esse sono tenute ad informare il pubblico e le istituzioni sulla loro adesione e sulle ragioni dell’eventuale parziale o totale non adesione.

Il codice di autodisciplina più conosciuto e diffuso nel nostro mercato finanziario è il Codice di Autodisciplina, redatto dal Comitato per la corporate governance delle società quotate promosso da Borsa Italiana S.p.A.

Come è noto, il Codice di Autodisciplina non ha valore di legge; costituisce uno strumento di privata autoregolamentazione, redatto da esperti ed esponenti del sistema imprenditoriale e dell’investimento istituzionale.

Il Codice di Autodisciplina vuole proporre alle società quotate nel mercato italiano un modello di corporate governance allineato ai principi della best practice internazionale, opportunamente adattato per tener conto delle specificità italiane, come tale idoneo ad accrescere l’affidabilità delle società stesse presso gli investitori, e così a rafforzarne la competitività e l’immagine in un contesto finanziario globale.

L’adesione al Codice ed il rispetto delle sue regole, pur non obbligatori, dovrebbero consentire alle società quotate italiane di guadagnare la fiducia degli investitori e di essere competitive in campo internazionale.

 

2. – L’attuale grado di attuazione del Codice di Autodisciplina delle società quotate secondo l’analisi di Assonime.

 

Assonime, l’associazione delle società per azioni italiana, ha recentemente pubblicato una “Analisi dello stato di attuazione del codice di autodisciplina”, aggiornata al mese di luglio del 2007[1].

Dall’analisi emerge che le società che più si discostano dalle regole del Codice di Autodisciplina, dallo scorso anno divenute più stringenti, in particolare, in tema di amministratori indipendenti, sono banche e assicurazioni.

Rispetto alle altre società quotate, le società bancarie ed assicurative presentano un elevato numero di amministratori “indipendenti”, la metà dei quali, tuttavia, potrebbero non più essere considerati tali secondo le nuove norme del Codice.

I consigli di amministrazione di alcune società bancarie e di una società assicurativa risultano inoltre privi di amministratori esecutivi, figure cui di norma spetta la direzione operativa della società.

Nel modello di governo delineato dal Codice di Autodisciplina delle società quotate, il consiglio di amministrazione occupa la posizione centrale: ad esso fanno capo le funzioni e le responsabilità degli indirizzi strategici e organizzativi, nonché la verifica dell’esistenza dei controlli necessari per monitorare l’andamento della società. Il ruolo del consiglio di amministrazione è definito dall’art. 1 del Codice.

Tra le competenze del consiglio di amministrazione rientrano l’esame e l’approvazione dei piani strategici, industriali e finanziari dell’emittente e del gruppo di cui esso sia a capo, del sistema di governo societario dell’emittente, della struttura del gruppo; la valutazione dell’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile generale dell’emittente e delle controllate aventi rilevanza strategica predisposto dagli amministratori delegati; l’attribuzione e la revoca delle deleghe agli amministratori delegati ed al comitato esecutivo, la definizione dei limiti e delle modalità di esercizio delle deleghe attribuite (v. art. 2381 c.c.); la determinazione della remunerazione degli amministratori delegati e degli altri amministratori che ricoprono particolari cariche (v. art. 2389 c.c.); la valutazione del generale andamento della gestione; l’esame e la preventiva approvazione delle operazioni dell’emittente e delle sue controllate, quando tali operazioni abbiano un significativo rilievo strategico, economico, patrimoniale o finanziario per l’emittente stesso, prestando particolare attenzione alle situazioni in cui uno o più amministratori siano portatori di un interesse per conto proprio o di terzi e in generale alle operazioni con parti correlate (v. artt. 2391 e 2391-bis c.c.); la valutazione, almeno annuale, sulla dimensione, sulla composizione e sul funzionamento del consiglio stesso e dei suoi comitati (criterio 1.C.1).

All’interno del consiglio di amministrazione, hanno un ruolo importante gli amministratori non esecutivi (principio 2.P.2).

Gli amministratori non esecutivi arricchiscono la discussione consiliare con competenze formate all’esterno dell’impresa, di carattere strategico generale o tecnico particolare. Tali competenze contribuiscono ad alimentare la dialettica che è il presupposto distintivo di una decisione collegiale, meditata e consapevole. Il contributo della componente non esecutiva del consiglio, come tale estranea alla gestione operativa dell’emittente, è particolarmente utile sulle tematiche e nei casi in cui l’interesse gli amministratori esecutivi e quello degli azionisti potrebbero non coincidere, come in tema di remunerazione degli stessi amministratori esecutivi ed in merito al sistema di controllo interno.

Agli amministratori esecutivi, come detto, spetta la gestione operativa della società.

Sono considerati amministratori esecutivi (criterio 2.C.1): gli amministratori delegati dell’emittente o di una società controllata avente rilevanza strategica, ivi compresi i relativi presidenti quando ad essi siano attribuite deleghe individuali o quando abbiano uno specifico ruolo nell’elaborazione delle strategie aziendali; gli amministratori che ricoprono incarichi direttivi nell’emittente o in una controllata avente rilevanza strategica, ovvero nella società controllante quando l’incarico riguardi l’emittente; gli amministratori che fanno parte del comitato esecutivo dell’emittente, quando manchi l’identificazione di un amministratore delegato o quando la partecipazione al comitato esecutivo, tenuto conto della frequenza delle riunioni e dell’oggetto delle relative delibere, comporti, di fatto, il coinvolgimento sistematico dei suoi componenti nella gestione corrente dell’emittente.

Dall’analisi di Assonime risulta che i consigli di amministrazione – che si riuniscono in media dieci volte l’anno (circa quindici nelle banche e assicurazioni) – sono composti mediamente da dieci amministratori. In circa un terzo delle società la carica di amministratore delegato coincide con quella di presidente.

Secondo il Codice di Autodisciplina, nel caso in cui il presidente del consiglio di amministrazione sia il principale responsabile della gestione dell’impresa (chief executive officer), come pure nel caso in cui la carica di presidente sia ricoperta dalla persona che controlla l’emittente, il consiglio designa un amministratore indipendente quale lead indipendent director, che rappresenti un punto di riferimento e di coordinamento delle istanze e dei contributi degli amministratori non esecutivi e, in particolare, degli amministratori indipendenti (criterio 2.C.3). Finora cinquanta società hanno seguito questa raccomandazione.

Il Codice prevede che un numero adeguato di amministratori non esecutivi siano indipendenti, nel senso che non intrattengano, né abbiano di recente intrattenuto, neppure indirettamente, con l’emittente o con soggetti legati all’emittente, relazioni tali da condizionarne attualmente l’autonomia di giudizio[2].

Come si è già accennato, in diverse società il requisito dell’indipendenza appare non essere rigorosamente rispettato. Dall’analisi di Assonime risulta che nelle banche la quota di indipendenti “a rischio” è circa la metà (151 su 289).

Le recenti riforme legislative (l. 28 dicembre 2005, n. 262; d.lgs. 29 dicembre 2006, n. 303) hanno reso obbligatorio il voto di lista per l’elezione dei componenti degli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate. Nel consiglio di amministrazione e nel collegio sindacale deve inoltre essere assicurata la presenza di un rappresentante della minoranza.

I posti riservati alle minoranze sarebbero destinati, secondo le intenzioni del legislatore, a rappresentanti degli investitori istituzionali.

Dalla stima di Assonime risulta tuttavia che soltanto 17 dei 92 amministratori di minoranza attualmente presenti nelle società quotate italiane provengono dal mondo dei fondi o degli investitori istituzionali.


 



[1] Cfr. Sabbatini, Governance, l’anomalia-banche, in Il Sole-24 Ore, 17 novembre 2007, 40.

[2] Secondo il Codice (criterio 3.C.1), un amministratore non appare, di norma, indipendente nelle seguenti ipotesi, da considerarsi come non tassative: a) se, direttamente o indirettamente, controlla l’emittente o è in grado di esercitare su di esso un’influenza notevole, o partecipa a un patto parasociale attraverso il quale uno o più soggetti possano esercitare il controllo o un’influenza notevole sull’emittente; b) se è, o è stato nei precedenti tre esercizi, un esponente di rilievo dell’emittente, di una sua controllata avente rilevanza strategica o di una società sottoposta a comune controllo con l’emittente, ovvero di una società o di un ente che, anche insieme con altri attraverso un patto parasociale, controlla l’emittente o è in grado di esercitare sullo stesso un’influenza notevole; c) se, direttamente o indirettamente (ad esempio attraverso società controllate o delle quali sia esponente di rilievo, ovvero in qualità di partner di uno studio professionale o di una società di consulenza), ha, o ha avuto nell’esercizio precedente, una significativa relazione commerciale, finanziaria o professionale con l’emittente, una sua controllata, o con alcuno dei suoi esponenti di rilievo, o con un soggetto che, anche insieme con altri attraverso un patto parasociale, controlla l’emittente o – trattandosi di società o ente – con i relativi esponenti di rilievo, ovvero è, o è stato nei precedenti tre esercizi, lavoratore dipendente di uno dei predetti soggetti; d) se riceve, o ha ricevuto nei precedenti tre esercizi, dall’emittente o da una società controllata o controllante, una significativa remunerazione aggiuntiva rispetto all’emolumento “fisso” di amministratore non esecutivo dell’emittente; e) se è stato amministratore dell’emittente per più di nove anni negli ultimi dodici anni; f) se riveste la carica di amministratore esecutivo in un’altra società nella quale un amministratore esecutivo dell’emittente abbia un incarico di amministratore; g) se è socio o amministratore di una società o di un’entità appartenente alla rete della società incaricata della revisione contabile dell’emittente; h) se è uno stretto familiare di una persona che si trovi in una delle situazioni di cui ai precedenti punti. Per la nozione di controllo, rilevante ai fini di quanto sopra, vale l’art. 93 t.u.f. Sono da considerarsi “esponenti di rilievo” di una società o di un ente: il presidente dell’ente, il rappresentante legale, il presidente del consiglio di amministrazione, gli amministratori esecutivi ed i dirigenti con responsabilità strategiche della società o dell’ente considerato.